Letteratura contemporanea e editoria oggi

Da qualche tempo mi interesso più del solito di libri. Articoli, dibattiti online, critiche, video, testi, tutto quello che serve per cercare di capire meglio a che punto è la letteratura oggi, quella italiana specialmente, e anche quella straniera. Il mio interesse principale è sempre stato soprattutto verso il cinema, il video e il teatro, ma sono andato spesso a presentazioni di libri, serate di letture, incontri con gli autori, oltre a aver letto critiche e libri, perché mi sembrava particolarmente importante cercare di capire cosa stesse succedendo nel mondo della letteratura. Ma certo negli ultimi mesi ho approfondito ancora di più l’argomento libri letteratura e editoria, leggendo articoli, testi e guardando molti incontri in streaming, che sono stati molto utili.
Tutto questo aumento di interesse per almeno un paio di buoni motivi.
Primo, Le ventiquattr’ore. Negli ultimi quattro anni mi sono concentrato su questa raccolta di racconti iniziata nel 2003 e che adesso è quasi finita, e volevo vedere qual è la situazione della letteratura ora, a che punto siamo, cosa viene fatto dalle giovani generazioni, da quelle di mezzo e dalle altre, per capire come si colloca quello che ho fatto io, in che ambiente viene a trovarsi una volta finito e pronto per andare per il mondo.
Secondo, c’entra ancora Le ventiquattr’ore ma c’entro soprattutto io: volevo sapere come è adesso il mondo editoriale, non dal punto di vista letterario ma lavorativo, per poi sapere come avrei potuto muovermi, e che relazione avrei potuto avere, o non avere, con l’editoria italiana, i negozi di libri, i siti online, eccetera.
Come potevo aspettarmi, senza molte sorprese, il panorama della letteratura attuale è sconfortante. Forse, è ancora peggio di quello che credevo, come se già non ne pensassi male abbastanza.

Forse qualcuno potrà non essere d’accordo con questa affermazione brutale e definitiva. Poi ne parliamo, cioè alla fine di questo articolo riprendiamo la questione che va rivista tenendo conto di quello che dico qui, proprio qui di seguito nell’articolo. Sicuramente tra le cose che mi fanno pensare tutto il male possibile del mondo editoria letteratura ci sono considerazioni personali, che come tutte le considerazioni personali ovviamente sono discutibili e possono essere contraddette. Invito a farlo chiunque passi di qui, commentando. Ci sono però altre considerazioni che sono meno personali, cioè fanno riferimento alla situazione pratica concreta in cui si trovano autori scrittori lavoratori del settore e in generale chiunque abbia a che fare con l’editoria e la letteratura. Poi si possono criticare anche i dati che riporto, e anche a riguardo ai dati, chi vuole li critichi pure nei commenti, ma questi dati non li ho inventati io, io riporto quello che in seguito alle ricerche degli ultimi mesi ho trovato online, su siti o da persone che mi sono sembrati affidabili, alcuni di loro li cito direttamente dopo.

Partiamo dal punto di vista produttivo, che però ha una fortissima influenza, deleteria, sostanzialmente, sul livello della letteratura.
Poche grossissime case editrici hanno saldamente in mano tutto, e quando si dice tutto, si dice concretamente tutto, dalla produzione alla distribuzione dei libri, e persino alla vendita diretta nelle loro catene. Quindi una grossa fetta del mercato dei libri passa tramite loro, e è una situazione che si è andata creando o quanto meno aggravando dagli anni ottanta novanta in poi, segnata tra le altre cose dalla sparizione progressiva di molte librerie indipendenti. Di questo me ne ero accorto anche da solo notando negli ultimi decenni l’impoverimento incredibile delle librerie qui a Firenze, dove ha fatto per esempio parecchio fracasso la chiusura di una storica libreria in via Martelli tristemente sostituita da un punto vendita di Eataly, oppure la sparizione della Edison in piazza della Repubblica diventata una delle ennesime Feltrinelli.
In sostanza, per definire questa situazione non si potrà parlare tecnicamente di monopolio di poche case editrici, ma visto il peso delle stesse oltre che nella produzione anche nella distribuzione tramite le loro società e nella vendita tramite le loro grandi catene di negozi, alcuni dalle superfici grandi come un supermercato, il minimo che si può dire è che non è nemmeno una bella cosa e bisogna far finta di nulla per non vedere che il mercato è per buona parte in mano a pochissimi gruppi di questo genere; in un articolo online (1) si dice che non si è mai vista una situazione simile, in nessun paese europeo, se capisco bene, e vorrei non aver capito bene perché se è vero, nel settore editoriale in Italia c’è una situazione del tutto anomala (che strano eh?! una situazione anomala in un settore industriale, produttivo, commerciale, in Italia?? chi se lo sarebbe aspettato!!). Situazione quindi dicevo, sotto gli occhi di tutti, credo sia evidente anche a chi come me non è un esperto in economia; cercandole però si trovano informazioni e approfondimenti dettagliati in materia.
Tra gli articoli più chiari e espliciti sull’argomento problemi nell’editoria ci sono quelli intitolati “Piuttosto mi Amazon” di Slow News (2), che è un sito indipendente di informazione. Sono articoli a pagamento, ma l’abbonamento annuale al sito parte da un minimo di 12 euro l’anno che, insomma, di meno sarebbe difficile e ne vale assolutamente la pena. C’è peraltro un video liberamente accessibile online (3), dove lo stesso giornalista della serie di articoli sull’editoria Andrea Coccia intervista la traduttrice Martina Testa e dalla loro discussione si ricavano altre notizie importanti. Ho trovato altrettanta chiarezza sul sito di Redacta (4), parte di Acta (5) una associazione di lavoratori free lance, il primo caso a quanto pare di associazione che si occupa dei diritti dei free lance. I dati raccolti da Acta e Redacta e esposti sul loro sito sono, direi, incredibili, folli, nel senso che in pratica si documenta uno stato di sfruttamento di chi lavora nel mondo editoriale secondo me fuori da ogni vaga decenza, con abbondanza di illegalità continue a cui se non tutti almeno in molti cercano di adeguarsi, datori di lavoro o lavoratori, o così o sei fuori dai giochi. Molto notevoli anche i 4 video pubblicati sulla pagina Facebook di Scrittori a Domicilio (6), dove alcuni soci di Redacta fanno il punto della situazione nel mondo del lavoro della editoria.
Da questa serie alquanto interessante di video e articoli online (link a fondo articolo) viene fuori che attualmente il mondo editoriale è una specie di far west dove vige la legge del più forte, e dove in sostanza le case editrici grandi medie o piccole sono tutte o almeno molte di loro accomunate dalla simpatica abitudine di sfruttare chi lavora per loro; non solo i grossi pesci, perché capita che case editrici anche piccole o medie si adeguino all’andazzo imperante: da una parte subiscono l’ingiustizia di un sistema intollerabile e che dovrebbe essere messo fuori legge da tempo, quello della gestione del mercato da parte di pochi grossi pesci di cui si diceva prima, con conseguente precarietà e difficoltà a sopravvivere, e dall’altra se la rifanno, almeno una parte di loro sui più deboli della catena, i lavoratori senza contratto o con solo partita iva, oppure stagisti. Quanto siano diffuse queste pratiche di sfruttamento non si sa, perché tra le altre cose non esistono dati certi, mancano statistiche precise e complete. A sensazione, lo sfruttamento sembra assolutamente dilagante e in aumento, tra l’altro. Mi chiedo quante siano e forse addirittura c’è da chiedersi anzi “se” esistano case editrici in regola con i loro dipendenti, non solo dal punto di vista strettamente legale ma anche dal punto di vista persino più importante in una certa maniera, quello morale; perché se la legge ti permette di prendere uno stagista dietro l’altro, e di pagarlo poco o niente, e vai avanti così da anni, e solo con questi mezzi riesci a barcamenarti senza fallire, non esiste da nessuna parte che sia una cosa giusta seguire la legge che ti fa fare una cosa così sbagliata, così moralmente ingiustificata da qualunque parte si voglia vedere.
Come dicevo prima, e come è ovvio, un mercato del libro impostato su queste basi intossicate, dove peraltro, le case editrici più floride, sembrano molto, ma molto orientate al commerciale più spietato, è improbabile che crei le condizioni migliori per l’esistenza di una letteratura alta, di nobili e puri intenti, libera e indipendente. Coraggiosa e magari attenta alla forma, innovativa, sperimentale, o che anche solo abbia voglia di andare in una direzione opposta al mercato, che anche solo si tenga lontana da una massificazione imperante, se proprio non vuol mettersi a fare avanguardia o sperimentazione intransigente. Infatti succede proprio questo. Il settore è popolato da arrivisti, scusate questa è dura, potrei dire autori, vabbè dico autori, il settore è popolato da autori pronti a sacrificare tutto sull’altare del successo, temi, linguaggio, storie, indipendenza, libertà creativa, i titoli, e non parliamo di cose più terra terra come scegliere la copertina del libro, le presentazioni e le commercializzazioni del libro; ecco tutto questo, e molto altro ancora, praticamente una parte, una buona parte, o molto, anche quasi tutto (spesso) viene sacrificato sull’altare del successo; che, come è ovvio, è in pratica solo e esclusivamente quello commerciale, il solo che conti, dato che una riuscita dal punto di vista del valore letterario oggettivo, senza un riscontro economico getta nell’orrore gli autori per primi, oltre che le case editrici e a catena chiunque lavori nell’editoria, fino alle librerie, quindi di una riuscita dal punto di vista solo e esclusivamente letterario non se ne preoccupa nessuno e è vista come l’orrore assoluto e la fine di tutto; o almeno, questa è la mia impressione, che sia il punto di vista di molte delle persone che si agitano in queste acque. Magari mi sbaglio eh. Ma la sensazione è quella di un sistema votato e concentrato solo sul successo commerciale, con poche eccezioni, quali che siano i motivi e di chi o di cosa siano esattamente le colpe. Come è ovvio quando la corsa è solo e esclusivamente al commercio, ogni colpo basso è ammesso. Tutti pensano solo a come fare a vendere più libri, o a vendere i libri, come se questo di suo giustificasse le peggiori pratiche e rendesse inutile parlare di altro. O meglio, forse non tutti, ma l’atmosfera che si respira è di schiacciante vittoria delle motivazioni di chi sostiene libro uguale prodotto commerciale. Online, si leggono articoli o si trovano video, in cui addetti ai lavori più o meno importanti, figure più o meno autorevoli, personaggi dal ruolo più o meno chiaro vanno spicci alla questione, i libri vanno venduti come se questo troncasse qualunque discussione e qualsiasi obiezione possibile, come se un libro non fosse altro che questo, un oggetto prodotto da sistemare sugli scaffali di un supermercato per la vendita.
Non esiste interesse a cambiare il mondo della letteratura, o a tentare qualcosa per farlo, se non si prende in considerazione il commercio del libro quindi qualsiasi vaga aspirazione o proposizione di migliorare la letteratura si scontra subito con la realtà del commercio e viene immediatamente accantonata. Il mercato è Dio, e decide tra l’altro anche quali sono i libri validi, gli autori buoni e gli scrittori capaci. Poche sono le discussioni al riguardo, e manca un vero scambio di idee, almeno questa è la mia impressione, soprattutto perché spesso chi lavora a vario titolo nell’editoria si tiene in linea di massima abbastanza alla larga dal dare giudizi di valore; ammesso che abbia le capacità per farlo, comunque in linea di massima preferisce non farlo, non vuole farlo; quello che succede è invece che i lavori di una quantità di autori, giovani e vecchi, esordienti o no vengono comunque visti con benevolenza, con indulgenza se non proprio in modo largamente positivo, quando anche per loro non si sprechino complimenti e iperboli, nemmeno tanto rare, come se tutta una produzione delle generazioni contemporanee, con poche eccezioni, sia da considerare “letteratura” automaticamente, per grazia ricevuta, in seguito alla semplice pubblicazione; quando in realtà non lo era nemmeno nell’età d’oro della letteratura italiana degli anni cinquanta e sessanta, dove c’era sì una moltitudine di grandi nomi, di fronte ai quali peraltro i supposti “grandi” autori di oggi impallidiscono, ma non mancavano certo le figure modeste o inconsistenti, anzi. Come conseguenza di questo fatto, una serie di giovani autori che vanno dai cinquant’anni ai trenta o venti così sono considerati, autori, scrittori, e anche buoni scrittori, pacificamente e senza discussioni.

La critica c’è, ma quella vera, di ambito accademico, più seria e rigorosa, non disposta a fare sconti e a accettare per buona della letteratura che non lo è, o lo è poco, ecco questa critica non è ascoltata, o almeno poco se non pochissimo ascoltata, e in sostanza, purtroppo, cosa che è assolutamente centrale nelle cause dello sfascio generale, la critica seria ha poca se non nessuna influenza sulla letteratura contemporanea, mentre potrebbe averne moltissima se solo fosse ascoltata come si deve, in primis da quegli “autori”, quegli “scrittori” che scrivono a destra e a manca scaricando un libro dopo l’altro, senza avere riflettuto seriamente su quanto scrivono, perché a loro non interessa; a nessuno, o meglio a pochi interessa che qualcuno faccia un vero e serio lavoro critico su quanto scrivono; un lavoro che va magari a scoprire annotare e segnalare le magagne e i punti più o meno deboli dei vari testi pubblicati in quantità industriale, dal punto di vista del valore, non di quello del mercato. Il critico è invisibile o quasi, perché non è guardato, e tutta una generazione di “scrittori”, persino gente anche sopra i cinquantanni, fino ai ventenni, volta le spalle a chi potrebbe veramente servire molto, se almeno gli si volesse prestare attenzione. Perciò, il fatto che la critica di valore non sia considerata, la rende quasi inesistente dal punto di vista pratico, e non può avere un ruolo positivo, che faccia riflettere gli autori su quello che fanno, perché agli autori non interessa affatto; quindi la critica in sostanza non ha un ruolo nel mondo letterario contemporaneo; mentre, dal capo opposto alla critica seria e intransigente (legata come detto in particolare al mondo accademico), si assiste alla nascita e allo sviluppo di una critica che a parole si vuole seria, profonda e innovativa, e non è nemmeno che non dica anche a volte cose sensate e persino credibili, e non faccia analisi anche interessanti o a volte indovinate, ma a me personalmente è sembrata spesso compiacente, troppo compiacente verso questo stato desolato di cose, verso questo andazzo; una critica non direttamente legata all’autorevolezza del mondo accademico, se non per averlo frequentato come studente, quindi una critica spesso giovane o anche giovanissima, che ammesso che abbia la capacità dei “vecchi” e seri critici, cioè la capacità di analizzare correttamente il valore, cosa che per me è molto in dubbio, però spesso non ha comunque la forza o l’interesse a farlo; questa è la mia impressione e magari mi sbaglio eh, ma nei vari siti online della giovane critica troppo spesso leggendo le varie recensioni e analisi ho avuto la sensazione di chi cammina sulle uova, soppesa le parole in base al danno che possono o non possono portare a chi le scrive, e spesso preferisce proprio evitare di scontrarsi, di mettersi di traverso ai potentati grandi medi o anche piccoli che ci possono essere, sia chi sia il potentato e quale sia il suo ruolo, casa editrice, grosso bonzo dell’editoria, personaggi più o meno centrali nelle dinamiche del mondo editoriale, o anche amici parenti affini connessi e collaterali, e insomma chiunque abbia una posizione di vicinanza o di conoscenza con chi scrive o di privilegio che è difficile anche solo pensare di attaccare, o che rende completamente folle anche solo la vaga idea di attaccarla. Insomma, ci si tiene buono l’amico o chi si sa di non potersi azzardare a criticare, e si attacca e si e’ più intransigenti e magari cattivi (la cattiveria gratuita e inutile nella critica non porta a nulla e è solo l’altra faccia della compiacenza ambiente) con chi è possibile attaccare senza riportare danno né guastare amicizie a cui si tiene o magari preziose per il presente e più in là. Che influsso positivo possa avere questa maniera di fare “critica”, sulla letteratura di oggi, è presto detto: zero.
E’ ovvio che in questo mondo incattivito e impoverito dove il lavoro è ricompensato sempre meno e sempre meno garantito e tutelato, il lavoro editoriale non poteva fare eccezione e infatti, non lo fa. Sia per il prestigio che tuttora comunque hanno le case editrici, sia per la gratificazione del lavorare tra i libri e con i libri, sia per la passione verso la letteratura, sia per una passiva accettazione di uno stato di fatto, sia per oggettive impossibilità di rifiutarsi pena l’esclusione, sia per tutti questi motivi o altri, di fatto c’è una gran massa di lavoratori molti dei quali giovani o giovanissimi, e presumibilmente (dico io) laureati in lettere o materie umanistiche, praticamente schiavizzati e pronti a tutto, o quasi pur di avere l’elemosina di un posticino per quanto misero da consulente o editor anche sottopagato o malamente sfruttato. Per quanto riguarda l’editor, ci sarebbe da dire parecchio. E’ un fenomeno importato dall’America, e ormai abitudine consolidata anche da noi, dove il suo uso e abuso negli ultimi anni è andato di pari passo con lo scadimento letterario, conseguenza tra le tante della degenerazione del sistema editoriale, cioè del suo ormai completo asservimento a un mercato che riduce tutto a solo commercio di un prodotto, e a sua volta causa di scadimento letterario. Un libro viene modificato, stravolto, trasformato solo per trovare il verso di farlo vendere di più, credo che, e questa è la mia impressione, nulla che fa un editor, dalla ultima virgola al taglio e la riscrittura di parti intere del libro, nulla venga fatto che vada contro la maggior vendita del libro stesso. Dal che tagli, modifiche, persino il titolo viene imposto in modo che sia più accattivante, più di richiamo. E gli autori in tutto questo? Tristemente, gli autori o almeno molti autori, non si capisce quanti ma anche qui la sensazione è che ormai sono forse persino la maggioranza, quindi possiamo dire molti autori, accettano, non possono che accettare, praticamente è un andazzo ormai talmente pacifico che non fa più scandalo, anzi ne parlano almeno alcuni di loro come una cosa del tutto naturale, mentre dal canto loro gli editor si vantano di aver fatto modificare testi linguaggi e titoli di libri che poi hanno raggiunto la cima delle classifiche di vendita – che equivale alla vittoria nella coppa del mondo per il calcio, praticamente.
In tutto questo, diventa difficile dire quanta parte della letteratura oggi è bacata. Per riprendere il discorso iniziale, è ovvio che quando dico che il panorama generale è sconfortante, potrei sbagliarmi e di parecchio. Mi pare di aver portato qualche motivazione piuttosto concreta e difficilmente contestabile come pezza d’appoggio alla mia, magari azzardata, affermazione di sopra, cioè di un panorama generalizzato nello sconforto. Ma è anche vero che non è nemmeno provabile al cento per cento. Bisognerebbe leggere moltissimo, e considerando che escono all’anno parecchie decine di migliaia di titoli, non so quanto di narrativa, dovrei farlo tutti i giorni per parecchi giorni all’anno, dovrei farlo per lavoro, per arrivare a poter farmi una idea più precisa di così. Di quei sessantamila libri pubblicati ogni anno, quanti saranno di narrativa? Mettiamo diecimila? Forse meno? Bisognerebbe contare anche le traduzioni. Ma mettiamo che in Italia si pubblichino diecimila libri di narrativa. Diventa difficile se non impossibile dire che “tutti” rispondano solo a logiche di mercato, che “tutti” seguano gli andazzi al ribasso delle mode più inconsistenti, diventa impossibile dire che “nessuno” sia a priori valido o abbia almeno un qualche valore. L’idea che mi sono fatto, di un mondo letterario pesantemente contaminato dall’ossessione della vendita commerciale, e da un appiattimento culturale e artistico, che colpisce molto, se non quasi tutto quello che si pubblica, deriva da quel che ho potuto vedere in questi mesi, soprattutto questi ultimi mesi, in cui dalle anteprime, dalle recensioni, dalle critiche, dai dibattiti testi e articoli di ogni genere mi son potuto fare una idea dei temi, delle forme, delle ambizioni, dei modi di procedere e di scrittura, e dei meccanismi in molti casi di produzione dell”oggetto” scritto in vendita. “Oggetto” che somiglia tanto ormai, nelle sue varie fasi dalla creazione alla produzione alla distrubuzione, la commercializzazione la pubblicizzazione e la vendita, a un qualunque altro prodotto industriale, di qualunque genere sia, e che con la cultura o la letteratura non abbia nulla a che fare; un prodotto che esce fuori dall’industria editoriale e destinato agli scaffali del supermercato, o di qualcosa che gli somiglia molto, quasi sempre nei casi dei libri delle editrici grosse o medie, e negli altri casi nelle case editrici piccole o medie, un prodotto comunque limitato dal vorrei ma non posso, oppure dall’accontentatevi di questo che nella situazione attuale è tutto quello che ci possiamo permettere di più innovativo e formalmente coraggioso e ambizioso dal punto di vista della letteratura, del valore.

1 – https://www.informazionesenzafiltro.it/libri-e-distribuzione-monopoli-e-dannazione/

2 – https://www.slow-news.com/serie/piuttosto-mi-amazon/

3 – https://www.slow-news.com/leditoria-ha-un-futuro/

4 – https://www.actainrete.it/redacta/

5 – https://www.actainrete.it

6 – https://www.facebook.com/scrittoriadomicilio2020/

image by Steve Lambert 

https://openclipart.org/detail/6972/library

il sito di Steve Lambert

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